5 x mille Medici Senza Frontiere

DORO (SUD SUDAN)

Il lavoro di MSF a Doro si concentra sugli interventi di trattamento della malnutrizione e di lotta alla malaria; quest’ultima rappresenta una delle principali cause di morte soprattutto tra i bambini. I proventi del 5x1000 destinati a Doro (€1.500.000) hanno coperto il 25% delle spese totali sostenute nell’anno.

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È difficile descrivere cosa significa lavorare qua a Maban, in Sud Sudan: ogni giorno è diverso, le storie della gente, quello che succede e tutte le emozioni che ti avvolgono rendono questo posto incredibile. L’instabilità del Sud Sudan rende difficile il lavoro ma regala soddisfazioni immense quando i risultati sono tangibili.

Sono Responsabile Ambulatorio nella clinica di Doro e nel Bunj Hospital e team leader della clinica mobile. Per diversi mesi il nemico principale è stato la malaria, poi il conflitto e adesso la diarrea e la malnutrizione dovuta alla stagione secca.

Ho visto madri arrivare verso di me con bambini incoscienti tra le braccia colpiti dalla malaria, talmente acuta che purtroppo neanche la cura avanzata in clinica ha potuto salvarli. Mi sono trovata a medicare piedi ricoperti di ferite provocate dalle estenuanti ore di cammino di chi scappa dai conflitti.

Ho trovato bambini severamente malnutriti o con pance gonfissime per la presenza di parassiti. Ho incontrato bambini disidratati e affamati ma sempre con un grande sorriso sul volto perché nelle nostre cliniche hanno trovato la possibilità di curarsi e di vivere più a lungo.

Durante il conflitto abbiamo curato gente colpita ripetutamente dai proiettili e abbiamo aiutato a mettere al mondo tanti bambini.

Questo è il Sud Sudan, un paese pieno di contraddizioni, dove il senso d’impotenza a volte annienta chi cerca di dare un aiuto concreto, ma dove la gratitudine dimostrata dalle persone arricchisce e riempie il cuore.

Francesca Bonetti , Responsabile Ambulatorio clinica di Doro e nel Bunj Hospital

BANGASSOU (REPUBBLICA CENTRAFRICANA)

In poche settimane tutto è cambiato. Bangassou, che si stava lentamente riprendendo dalla crisi del 2013, è ripiombata in uno stato d’incertezza dopo i picchi di violenza dei giorni scorsi.

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Ho avuto la fortuna di conoscere questa cittadina e la sua gente e di gestire le attività di MSF da ottobre 2016 in tempi di calma ed è stato ancora più difficile concludere il mio periodo da capo progetto lasciandola in fase d’emergenza.

L’équipe l’aveva definita “piccolo angolo di paradiso”, per la stabilità e la coesione sociale che la caratterizzavano, soprattutto rispetto a molte altre parti “calde” del Centrafrica dove MSF ha progetti .

Stabilità che non significa comunque possibilità di avere accesso alle cure per la maggior parte della popolazione. Tanto lavoro da fare all’Ospedale Regionale Universitario di Bangassou che MSF supporta da febbraio 2014 per offrire un servizio gratuito e di qualità: più di 2000 consultazioni al mese, reclutamento e formazione continua del personale, costruzione e riabilitazione dei reparti… E al di là dell’ospedale, la volontà di ridurre la distanza dalle cure per le zone rurali più isolate, sostenendo anche i centri di salute periferici, sprovvisti di personale e strutture mediche adeguate, facilitare i trasferimenti dei casi d’urgenza, investire nella prevenzione attraverso campagne di vaccinazione di massa, accesso all’acqua potabile, ricerca sulle tecniche di prevenzione della malaria…

L’avvicinarsi del conflitto dalle Prefetture circostanti è stato repentino ma graduale dall’inizio dell’anno, visibile e prevedibile… gli alert lanciati, caduti purtroppo nel vuoto.

Cominciando dal 20 marzo, a 130 km da Bangassou: Bakouma e Nzako, villaggi a cui si arriva difficilmente anche in condizioni normali dopo ore di pista … accesso complicato per l’ambulanza e si corre contro il tempo per fare arrivare all’ospedale casi gravi, ma stavolta non è per un cesareo o ernia strangolata o bimbi con anemia severa a causa della malaria. Stavolta il centro di salute ci chiama perché c’è conflitto aperto, hanno finito i farmaci, il personale ha paura, ci sono feriti da evacuare.

È il nostro mandato e rispondiamo. Si organizza un’équipe mobile che parte per qualche giorno. La nostra presenza aiuta. Qualche infermiere ritorna al lavoro, aiutano a sensibilizzare la popolazione che esce massivamente, dopo aver passato giorni nascosti nella foresta: il centro torna operativo con la donazione di farmaci, l’organizzazione del triage, i casi più gravi che partono a Bangassou. Non possiamo interporci al conflitto, ma trattare le conseguenze dirette e indirette del conflitto: feriti, stress post traumatico, e tra qualche mese sicuramente un picco di malaria e malnutrizione severa, perché nessuno va a coltivare il campo con le milizie tutt’attorno e sul mercato non si troveranno più beni di prima necessità…

Ora la città di Bangassou è irriconoscibile, è diventata un campo di battaglia: armi ovunque, abusi sulla popolazione, clima di minacce. La protezione dei civili è un appello forte e quotidiano, ma resta sempre senza risultati.

L’équipe MSF non se n’è mai andata e non ha mai smesso di andare in ospedale. Abbiamo ridotto la nostra presenza al personale essenziale a garantire le attività salva-vita in ospedale che è diventato prima un campo di sfollati, poi un grande reparto di chirurgia con due fronti separati. Mantenere lo spazio neutro e i gruppi disarmati, una sfida non da poco.

La situazione resta incerta, con tanta preoccupazione per i vulnerabili, target delle violenze. Quel che è certo è che per diverse generazioni non ci sarà più la Bangassou che abbiamo conosciuto io e il mio team prima del mese di maggio.

Elisa Galli, capo progetto di MSF, appena rientrata dalla Repubblica Centrafricana

BANGASSOU (REPUBBLICA CENTRAFRICANA)

A Bangassou MSF ha deciso di avviare un progetto con l’obiettivo di ristabilire i servizi di assistenza sanitaria interrotti dalla crisi. Ci si occupa di fornire un supporto nelle attività di cura e prevenzione dell’HIV e della tubercolosi, unite alla vaccinazione contro la malaria e distribuzione di zanzariere. I proventi del 5x1000 destinati a Bangassou (€1.500.000) hanno coperto il 25% delle spese totali sostenute nell’anno.

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Sono arrivato a Bangassou da due mesi, un’ansa di fiume che ci divide dal Congo, qualche centinaio di kilometri di strade impraticabili, per diversi motivi, ad est di Bangui, la capitale della Repubblica Centro-Africana. Qui ci si arriva solo in aereo, con i piccoli Fokker che garantiscono i movimenti, i rifornimenti e qualche sporadica evacuazione sanitaria.

Al mattino, quando camminiamo verso l’ospedale nella vegetazione lussureggiante, incrociamo frotte di studenti vocianti e di giovani, per lo più donne, che si affrettano ai loro commerci, mentre scivoliamo a fianco dei ruderi anneriti degli edifici pubblici e delle abitazioni degli impiegati governativi saccheggiati durante la guerra civile del 2013-14. Una spoliazione totale e brutale, che riecheggia in continuo la violenza di quei giorni.

Le strade pullulano di operai, uomini e donne, intenti a riparare il fondo e soprattutto a scavare i canali di scolo che tra non molto accoglieranno i fiumi di acqua che scenderanno dal cielo. Dietro di loro, nei campi, fervono i lavori agricoli.

L’ospedale stesso è un enorme cantiere: i nuovi reparti sono a buon punto, i restauri dei vecchi sono molto avanzati, il terreno è pieno di trincee che accolgono grossi tubi per l’acqua corrente e i cavi dell’elettricità. Le nuove latrine saranno finalmente adeguate per numero e qualità. Un ospedale con acqua corrente e luce 24/24 come non se n’è mai visto uno finora. I martelli dei lattonieri e dei carpentieri accompagnano le nostre visite e il nostro lavoro con il loro battito assiduo e assordante.

All’arrivo pensavo che mi sarei cimentato più spesso con i Cesarei e le fratture, le appendiciti e le gravidanze extra-uterine. Invece, l’intervento che ho fatto più spesso, due-tre volte per settimana, è stato il trapianto di cute, gli innesti di pelle atti a coprire ampi difetti cutanei. Tanti epilettici che si dibattono nel fuoco, frotte di bambini che si rovesciano addosso pentole fumanti e padelle d’olio sfrigolante, giovani e vecchi con braccia e gambe devastate da infezioni galoppanti che mettono a nudo muscoli, tendini ed ossa. Impresa titanica farli sopravvivere ed ancor più ricoprire quei corpi martoriati con la loro pelle. Ben al di là dei problemi tecnici, ci siamo dotati di strumenti chirurgici adeguati, abbiamo corretto con le trasfusioni le loro anemie acute e croniche, abbiamo lottato con la loro malnutrizione, migliorato l’igiene personale e ambientale, curato le loro malattie sottostanti, malaria, diabete ed HIV tra le prime.

Ed ogni volta che, dopo dieci giorni dal trapianto, apriamo le medicazioni come se scartassimo i doni di Natale sorrisi di gioia e brividi d’emozione percorrono tutta l’equipe: anche questa volta ce l’abbiamo fatta, meglio di quanto potessimo razionalmente aspettarci.

Paolo Setti Carraro, Chirurgo MSF

BANGASSOU (REPUBBLICA CENTRAFRICANA)

A Bangassou MSF ha deciso di avviare un progetto con l’obiettivo di ristabilire i servizi di assistenza sanitaria interrotti dalla crisi. Ci si occupa di fornire un supporto nelle attività di cura e prevenzione dell’HIV e della tubercolosi, unite alla vaccinazione contro la malaria e distribuzione di zanzariere. I proventi del 5x1000 destinati a Bangassou (€1.500.000) hanno coperto il 25% delle spese totali sostenute nell’anno.

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La campagna di vaccinazione che stiamo conducendo coinvolge circa 20.000 bambini di età inferiore ai 5 anni nella prefettura dello Mbomou e prevede di proteggerli da 8 malattie ovvero Tetano, Morbillo, Poliomielite, Polmonite, Febbre Gialla, Difterite, Epatite B, Pertosse. Ogni giorno riusciamo a raggiungere circa 1800 bambini grazie agli sforzi di 6 equipe che assicurano le attività contemporaneamente e che, oltre alla vaccinazione, si occupano di distribuire Vitamina A e Albendazolo, di fare uno screening per la malnutrizione e, quindi, di indirizzare alle strutture opportune i bambini affetti da questa patologia. Abbiamo previsto, inoltre, di dare del sapone, necessario per la promozione dell’igiene, e una zanzariera a tutti i partecipanti per proteggerli dalla malaria, visto che l’incidenza della malattia aumenta durante la stagione delle piogge.

Le più grandi difficoltà che incontriamo sono legate alla logistica e alla comprensione da parte della popolazione dell’importanza della vaccinazione; a volte i villaggi in cui effettuiamo vaccinazioni di massa si trovano isolati e dobbiamo raggiungerli tramite la piroga o in moto. Questo crea un’ulteriore sfida che consiste nell’assicurare la catena del freddo necessaria al buon mantenimento dei vaccini; in cambio, però, abbiamo l’opportunità di passare molto tempo con i membri delle comunità locali, di ascoltare le loro richieste, di rispondere e di adattare le attività ai loro bisogni. Le popolazioni più isolate a volte dubitano dell’effettivo beneficio dei vaccini perché alcuni bambini sviluppano effetti secondari come febbre o gonfiori. Spesso le madri si spaventano e non arrivano a comprendere come un qualcosa che dovrebbe prevenire delle malattie ne « crei » delle altre. Per risolvere il problema alla fine di ogni turno di vaccinazione incontriamo le autorità locali per discutere delle preoccupazioni della comunità, rinforzare e adattare la nostra attività di sensibilizzazione.

Partecipare a queste attività, donare qualcosa, contribuire alla loro realizzazione permette di avere un ruolo attivo nella protezione dei bambini soprattutto in un contesto umanitario come questo dove la maggioranza della popolazione ha un accesso limitato alle cure e vive in villaggi isolati. La maggior parte delle famiglie, infatti, non ha un mezzo proprio ed è quindi obbligata ad affittare una moto o una bicicletta per arrivare alla struttura sanitaria più vicina, ritardando enormemente la presa in carico, a volte in maniera fatale.

Immunizzare un bambino, evitare che la malattia si manifesti facendo prevenzione oggi, significa salvargli la vita domani.

Carlotta Pianigiani, Infermiera

KINSHASA (REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO)

A Kinshasa, capitale della RDC, il programma di MSF si basa sui programmi di cura dell’AIDS. Grazie ai fondi del 5x1000 (€1.500.000) che hanno coperto il 41% dei costi del progetto, MSF è stata in grado di fornire cure complete, eseguire test diagnostici di alta qualità e distribuire farmaci antiretrovirali ai pazienti della clinica di Kinshasa.

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A qualche mese dal rientro da Kinshasa, dove ho lavorato sul progetto HIV, le giornate ed i pazienti, le storie, si confondono nella memoria, ma non i volti delle persone con cui, per alcuni istanti, ho condiviso emozioni. Fra i tanti progetti che MSF seguiva a Kinshasa c'era quello delle cliniche mobili che si occupavano di offrire diagnosi e terapia per l'HIV alle fasce di popolazione piu' a rischio, si trattava quindi di lavorare soprattutto con professionisti del sesso.

Penso ricorderò per tutta la vita la prima sera che sono uscita con le cliniche mobili insieme a Mamie e Valerie ed a tutti i colleghi dell'équipe: si trattava di aprire la clinica in una via di bar abitualmente frequentati da prostitute e loro clienti.

Ricordo i richiami e le risa mentre ci avvicinavamo e poi l'emozione intensa ed incredibile provata scendendo dal Toyota Land Cruiser, riadattato a sala colloqui, e trovandomi circondata da ragazze che ridevano forte, mi tiravano per le braccia, mi parlavano senza che io capissi nulla, mi abbracciavano.

Ricordo di aver guardato Mamie stupita e lei mi ha sorriso ed ha detto: conoscono MSF e sono contente che siamo qui. E poi i volti delle ragazze che sfilavano per i colloqui: il trucco appariscente, le gonne cortissime o i pagne colorati, le risate per schernirsi di fronte a certe domande, la paura di farsi bucare un dito per fare il test, a volte le lacrime, a volte gli abbracci di felicità.

Ecco questi volti e questi abbracci valgono la pena per qualsiasi fatica o momento di sconforto o difficoltà che sono stati necessari per arrivare lì. E so che alcuni di quegli sguardi non li dimenticherò mai.

Margherita Colarullo, Medical Activity Manager

IDOMENI (GRECIA)

L’attività di MSF nel campo rifugiati di Idomeni è cominciata nel 2015 con una clinica per consultazioni mediche e fornitura di tende, servizi igienici, docce e corrente elettrica e distribuzione di beni di prima necessità. I proventi del 5x1000 destinati a Idomeni (€1.624.762) hanno coperto il 19% delle spese totali sostenute nell’anno.

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Cosa farei senza i miei piedi sani? Non potrei lavorare come ora, viaggiare, correre quando sono in ritardo, andare in bici e camminare in montagna, la mia passione!

Penso ai tanti piedi incontrati un anno, fa a Idomeni, in Grecia, al confine con la Macedonia dove l’aria gelida pungente dei Balcani ti accoglie da padrona di casa. I piedi: la parte del corpo che, come infermiera, ho più frequentemente medicato.

A fine febbraio 2016 il confine greco-macedone è stato chiuso a tutti i migranti. In pochi giorni molte persone hanno raggiunto il confine: il campo improvvisato di Idomeni ha accolto rapidamente più di 12.000 ospiti. Sono prevalentemente siriani, iracheni, ma anche afgani, pakistani, curdi, palestinesi.

Lungo la strada, un fiume di gente cammina trasportando zaini, borse, coperte, di giorno e di notte. Ci sono uomini che portano in spalla gli anziani, i bambini, gli invalidi. I più fortunati spingono carrozzine.

Percorrono a piedi circa 25 km sulla strada: sono partiti da Eko Station, una stazione di servizio diventata un campo di tende, penultima tappa verso il nord della Grecia, capolinea dei pullman che arrivano da Atene e Salonicco. Città a loro volta raggiunte dopo aver attraversato in gommone quel tratto di mare che collega le coste turche alle isole greche.

Dopo questo cammino, molte persone vengono nel nostro container adibito a pronto soccorso: lamentano dolori alle gambe, vesciche ai piedi conseguenti al lungo camminare con scarpe leggere, del numero sbagliato, senza calzini.

Hanno lasciato alle spalle una guerra, attraversato mari e monti e ora…vengono in ambulatorio per una semplice vescica al piede!

Qui non ci sono solo ragazzi. Ci sono molti anziani e donne incinte all’ultimo mese di gravidanza che lamentano anche dolori al ventre e alla schiena. Ricordo un uomo con una gamba artificiale che presentava un taglio a livello del moncone dell’arto per aver camminato troppo e senza stampella.

Un giorno nell’ambulatorio arriva una ragazza. Sembra stare bene, così rimane in un angolo della sala d’attesa ad aspettare. La sala è sempre piena e la priorità viene data a bambini, donne incinte, anziani e casi urgenti. Dopo ore, riesco finalmente a darle attenzione. Mi chiede delle garze per potersi medicare gambe e piedi. La folla si è smaltita, così la faccio entrare per poterla visitare. Abbassa i pantaloni e i suoi arti inferiori sono senza pelle e colano di pus. Era stata vittima di un’esplosione dieci mesi prima, racconta di aver sempre fatto del suo meglio per farsi curare l’ustione in Siria, poi lungo il tragitto in Libano e Turchia. La medico, le chiedo di ritornare il prima possibile, ma visto il forte afflusso di pazienti più gravi, le consegno delle garze, disinfettante e bende e le spiego come fare da sola.

Una nonna di Aleppo viene accompagnata ogni due giorni dal nipote. Una signora elegante, semplice e dignitosa, vestita con il suo abito migliore, quello “della festa”, che si usa per partire, per affrontare un lungo e importante viaggio: un foulard dipinto sul capo, la camicetta con il pizzetto, il maglione di lana con i fiori ricamati e i bottoni luccicanti, la gonna scura e tanti strati di calze. Mi immagino la sua casa lasciata in Siria altrettanto elegante e dignitosa con pizzi, tappeti arabescati e il caffè bollente e profumato sempre pronto sulla stufa. Ha piedi neri e purulenti. Mi racconta di aver camminato per giorni in Turchia in mezzo alla neve, per lasciare la Siria e raggiungere le coste turche e potersi così imbarcare verso la Grecia, l’Europa, la salvezza. Prima di medicarla devo farle un anestetico locale. L’anziana signora resta calma e dolce; il nipote premuroso le sta sempre accanto, anche se non riesce proprio a guardarle i piedi.

Un signore viene portato in braccio da più uomini avvolto in una coperta. Fatica a camminare, ha una vecchia ferita ormai infetta alla gamba, zoppica, ha quasi perso i sensi. Lo teniamo disteso su una brandina, lo scaldiamo, lo medichiamo, gli diamo da bere e qualcosa da mangiare. È solo, la moglie è già in Germania e vuole raggiungerla. A fine turno sta meglio, gli consegniamo una stampella; la collega psicologa e un nostro traduttore restano con lui per insegnargli a usarla in mezzo al terreno fangoso e sassoso di Idomeni che sembra un percorso ad ostacoli.

Un signore di 70 e più anni aspetta pazientemente il suo turno nella lunga fila per le visite. Cerca qualcuno che possa andare a visitare sua moglie al suo nuovo domicilio, la sua tenda. È cardiopatica e non riesce a camminare, si affanna troppo e le gambe sono gonfie. Vado a trovarla con il medico, le proviamo la pressione, la visitiamo. Sarà una delle signore che visiteremo a domicilio più volte, conoscendo così tutta la sua famiglia che ha ricreato un focolare accogliente di tende vicine a semicerchio, con un fuocherello sempre accesso nel mezzo per cucinarsi zuppe o un caffè che ricorda il loro Paese. Le offriamo una carrozzina. È la donna più felice del mondo: non starà più seduta a terra ma sollevata e chi dovrà continuare il viaggio sarà più comodo perché non la dovrà più portare in spalla.

Poi ci sono quei piedi che non ho visto perché amputati in seguito a esplosioni.

Ricordo un ragazzo con la protesi di tutto un arto inferiore. Parla un ottimo inglese e mi racconta che studiava letteratura a Damasco. Vuole raggiungere la Germania per comprarsi una protesi nuova, di un materiale di ultima generazione. Quella che ha ora l’ha acquistata in Libano, ma non è soddisfatto: sa che in Europa può trovare materiali di buona qualità. Poi finirà l’università e si laureerà. È sorridente e ottimista mentre mi racconta i suoi programmi futuri: non posso che pensare positivo per lui e sperare che i suoi sogni dopo un anno si siano realizzati!

Ripenso ai piedi medicati, ai loro cammini percorsi, e soprattutto ai pezzi di storie delle persone incontrate.

Oggi, un anno dopo, il campo di Idomeni non c’è più, è stato smantellato nella primavera 2016. In questo nuovo freddo inverno, la situazione lungo la rotta balcanica resta, però, simile: tanti piedi sono ancora in cammino dal loro Paese e bloccati lungo la rotta balcanica in altri luoghi della Grecia, in Ungheria e Serbia. Una via piena di ostacoli: muri, fili spinati, trafficanti approfittatori.

Persone bloccate al freddo da confini chiusi, costretti a scappare dalla loro casa, dalla Terra che amano. Uomini e donne alla ricerca della felicità e di un futuro migliore per sé e per la propria famiglia, proprio come facciamo tutti noi, ogni giorno.

E in questa parte di mondo così vicina a noi, l’intervento di MSF, resta, purtroppo, ancora attuale e indispensabile.

Daniela Oberti, Infermiera